Ridere fa bene, questo lo sappiamo tutti. Ma perché ridiamo? La scienza ha provato a rispondere, e la risposta è più complessa di quanto sembri. Secondo la teoria dell’incongruenza, il cervello ride quando percepisce uno scarto tra ciò che si aspetta e ciò che invece accade. È un meccanismo evolutivo: la risata rafforza i legami sociali, abbassa il cortisolo e — bonus non trascurabile — fa sembrare le persone più simpatiche. Non siamo gli unici, tra l’altro: anche i ratti e gli scimpanzé ridono, anche se i loro “lol” assomigliano più a vocalizzi ritmici che a una risata liberatoria sotto la doccia. Gli antichi Romani, poi, erano maestri dell’ironia: le loro barzellette — alcune raccolte nel Philogelos, una vera e propria raccolta di barzellette del IV secolo d.C. — prendevano di mira medici incompetenti, avari e persone stupide. Suona familiare? Duemilacinquecento anni dopo, ridiamo delle stesse cose. E ora, senza ulteriori indugi, ecco una barzelletta che in poche righe riesce a fare quello che certi romanzi non riescono in trecento pagine.
La barzelletta
Un uomo va dal dottore. Gli dice che è depresso, che la vita gli sembra dura e crudele. Gli dice che si sente solo in un mondo minaccioso.
Il dottore dice: «La cura è semplice. Il grande clown Pagliacci è in città. Lo vada a vedere. La dovrebbe tirar su.»
L’uomo scoppia in lacrime.
«Ma dottore,» dice, «Pagliacci sono io.»
Perché fa ridere (e fa anche un po’ male)
Questa barzelletta è un classico esempio di umorismo nero costruito sulla tecnica del colpo di scena finale. Il meccanismo è semplice ma chirurgico: il medico offre una soluzione apparentemente ovvia, il lettore si aspetta una risposta banale, e invece arriva la rivelazione che ribalta tutto.
Ma c’è di più. La risata qui convive con qualcosa di malinconico: il paradosso del clown triste — figura che fa ridere gli altri mentre dentro soffre — è uno degli archetipi più potenti della cultura occidentale, da Leoncavallo all’Joker. Ridere di questa barzelletta significa anche, in qualche modo, riconoscersi in quel dolore nascosto sotto la maschera.
È questo il trucco del grande umorismo: farti ridere e pensare contemporaneamente, senza che tu te ne accorga subito.
